I disturbi d’ansia nell’infanzia

Non vogliamo dilungarci nella descrizione di tutte le paure immotivate che vengono descritte nel DSM-5 come Disturbi d’ansia. Questi disturbi vengono elencati e descritti dettagliatamente in ogni altro sito specialistico che tratta l’argomento.

E’ importante tuttavia riferire che l’incidenza nell’infanzia è elevato e che gli studi longitudinali ne sottolineano la correlazione con l’abuso di sostanze in adolescenza.

Dobbiamo quindi ribadire che i disturbi mentali che si evidenziano in adolescenza originano molto spesso nell’infanzia.

Purtroppo questi sintomi sono spesso sottovalutati perché possono sembrare normali e comprensibili paure di un bambino. Invece precisiamo subito che queste paure o ansietà appaiono incomprensibili e immotivate ai famigliari stessi. In molti casi sono presenti delle vere e proprie fobie.

disturbi d'ansia nei bambini

La storia di Marco

I genitori vengono a consultazione perché preoccupati dall’intensificarsi delle crisi d’angoscia con pianto irrefrenabile del loro primo figlio di 9 anni che chiamiamo Marco . Nell’ultima crisi Marco era convinto di avere l’appendicite e tutte le rassicurazioni dei genitori non erano riuscite a calmarlo. Solo le spiegazioni del suo pediatra da cui erano stati costretti a portarlo, aveva posto fine alla crisi.

I genitori si erano quindi resi conto che un’altra paura ipocondriaca si sarebbe potuta ripresentare a breve come era successo in precedenza. Non riuscivano a capire perché Marco era così terrorizzato dalle malattie nonostante in famiglia godessero tutti di ottima salute e nella vita del bambino non fosse mai accaduto nulla che potesse spiegare queste crisi.

Seguendo il nostro approccio teorico e clinico abbiamo orientato la ricerca sulla relazione che Marco viveva con il suo nucleo famigliare.

Il padre lo descriveva come un bambino capace a scuola e solo con qualche incertezza nelle attività sportive che andava scomparendo con la crescita e l’esercizio. La madre invece nel successivo colloquio individuale raccontava di una sua grave infezione, sessualmente trasmissibile, nell’ultimo mese di gravidanza,  che si temeva avesse potuto aver infettato anche il feto. Solo le analisi sul neonato avevano escluso questo rischio, ma la mamma ricordava quei momenti ancora con angoscia.

Le tappe dello sviluppo di Marco erano state normali tranne per il linguaggio che alla fine della scuola materna presentava ancora delle dislalie . Aveva fatto un paio d’anni di logopedia perché in prima e seconda elementare aveva qualche lieve difficoltà nella scrittura e lettura.

Il padre nel primo colloquio aveva minimizzato la necessità di un nostro intervento specialistico e affettuosamente riteneva la moglie eccessivamente ansiosa. Su questo aspetto del suo carattere si trovava d’accordo con la suocera che aiutava molto la figlia con i bambini.

Il lavoro di psicoterapia è continuato con la madre ed ha puntato da subito sulla necessità di permettere a Marco una maggiore autonomia da lei. Sappiamo infatti che in presenza di un rallentamento nell’acquisizione del linguaggio e della letto-scrittura, si deve orientare la psicoterapia interpretando e frustrando la difficoltà della madre nel permettere un valido processo di svezzamento (vedi prevenzione).

Per lei era normale fargli il bagno, aiutarlo a vestirsi, tagliargli il cibo, tenerlo a un passo da lei anche in luoghi sicuri. In questo caso l’immagine non cosciente che negava la crescita di Marco era non tanto quello di un figlio desiderato piccolo, quanto piuttosto quello di un figlio fragile perché poteva essere malato per colpa sua. In realtà l’accusa silenziosa che il marito e la nonna le rivolgevano era solo per i suoi atteggiamenti iperprotettivi ma lei, senza rendersene conto, li collegava alla nascita ‘infettata’(con rischio di danni neurologici permanenti).

Via via che proseguiva la psicoterapia della mamma, Marco acquistava sicurezza nelle sue capacità di svolgere attività in autonomia, ma anche la mamma sviluppava una maggiore indipendenza dalle pressioni (interferenze?) famigliari, con il risultato di renderla più sicura di sé,  meno incline ad annullare la propria identità.

Marco non ha più avuto crisi ipocondriache già nelle prime settimane di psicoterapia e il fratellino di 6 anni  non ha più bagnato il letto. Tutti e due hanno potuto partecipare al campeggio con la scuola per la prima volta!

Come abbiamo avuto modo di spiegare anche per altri disturbi ad insorgenza nell’infanzia, la guarigione del bambino procede parallelamente alla cura della madre che ne riceve conferma e sostegno. Quindi ribadiamo che è un errore deresponsabilizzare il caregiver per la malattia del figlio. E’ necessario invece, una volta individuata la causa del disturbo (e non la colpa!), orientare la psicoterapia proprio sull’identificazione del caregiver con il bambino, frustrando puntualmente ogni annullamento e negazione agita attraverso comportamenti quotidiani che solo apparentemente non sono violenti verso la realtà del figlio.

In questo caso non è stato possibile approfondire quanto l’immagine di aver infettato il figlio potrebbe avere determinato la paura delle malattie in Marco. La scomparsa dei sintomi e il benessere del bambino avvenuta in solo tre mesi di psicoterapia di fatto hanno demotivato la madre a continuare il lavoro che forse avrebbe potuto consolidare il cambiamento .

Comunque la scomparsa del sintomo ha  confermato l’ eziopatogenesi del disturbo e reso possibile la cura per la guarigione anche del lieve disturbo dell’apprendimento che aveva la stessa eziologia nella relazione con la madre. Per questo ci sentiamo di criticare che i vari disturbi presenti nei nostri bambini siano da definire coomorbilità (presenza di disturbi di eziologia diversa in uno stesso bambino).

Pavor nocturnus

Questo disturbo viene inserito in quelle che vengono chiamate ‘parasonnie’ e che comprendono anche il ‘sonnambulismo’.

Il DSM-5 si basa sul sintomo e quindi inserisce il terrore notturno tra i disturbi del sonno.

Noi preferiamo far rientrare questo sintomo tra i disturbi d’ansia, ponendo l’accento più sulla relazione che vive il bambino che presenta questo comportamento.

Le crisi di Pavor nocturnus  sono davvero impressionanti. Il bambino lancia un grido, con gli occhi sbarrati, a volte serrati, con una forte attivazione del sistema nervoso autonomo: è sudato, ansante, pallido, a volte paonazzo, ha le pupille dilatate, il respiro corto e frequente, la frequenza cardiaca aumenta come anche il tono muscolare. Perde l’urina. Si agita in movimenti scomposti, irrigiditi. Grida. Piange. Sembra in preda al terrore. Non è contattabile con gesti, né con parole. Anzi: se gli si parla, se viene toccato o abbracciato, il terrore può aumentare.

Di solito la crisi dura pochi minuti, ma anche da 10 a 30 minuti. Alla fine il bambino torna a dormire d’un sonno profondo, come non fosse successo nulla. In realtà, continua a dormire nel suo sonno profondo, che non s’è interrotto durante la crisi. Al mattino non ricorda nulla, perché nella crisi non era consapevole. Se viene svegliato, qualcosa ricorda, ma a ben guardare i ricordi sono legati più alla fase del risveglio che non al momento della crisi.

La storia di Igor

Un bambino di 8 anni che chiameremo Igor, quasi ogni notte ormai, non solo si comportava come descritto precedentemente, ma scendeva dal letto e sosteneva con calci e pugni nell’aria, un combattimento con un cugino di cui urlava il nome. La madre era una bellissima ex ballerina russa del Bolshoi. Aveva sposato un piccolo imprenditore italiano ignorante e gelosissimo. Non permetteva alla moglie neppure di andare in palestra su consiglio medico. Il padre giudicava Igor simile alla madre: troppo delicato e sensibile per un maschio e portava ad esempio di virilità il figlio del fratello.

Igor non ne combinava una giusta ed era spesso messo in punizione anche a scuola. La madre si appiattiva su questa situazione e non riusciva a difenderlo.

Solo la grave situazione del figlio le fece accettare una psicoterapia centrata sulla cura della sua passività depressiva a conferma di quanto abbiamo osservato nella clinica e teorizzato: spesso il caregiver solo per amore del figlio si impegna a cambiare mentre non avrebbe neppure immaginato di poter fare lo sesso percorso per se stesso.

I sintomi del figlio sono un’importante fattore terapeutico tanto più che spesso spariscono rapidamente a conferma del nesso causale con il cambiamento delle immagini non coscienti del genitore.

Via via che la madre di Igor comprendeva le ragioni del comportamento del figlio e lo difendeva dagli attacchi del padre, il terrore notturno di Igor si è diradato sempre di più fino a scomparire del tutto e anche a scuola le insegnanti confermavano un deciso miglioramento.

 

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