Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo

(codici 307.59 del DSM-5 e F.50.8 dell’ICD 10)

In questo capitolo intendiamo occuparci dei problemi di alimentazione che possono manifestarsi nell’ infanzia, per cercare di individuare le cause relazionali che nei bambini possono alterare il loro fisiologico rapporto con il cibo.

Riteniamo infatti che sia necessario individuare precocemente, nel rapporto con il cibo, quelle anomalie che possono passare inosservate o sottovalutate mentre possono essere la spia di un disagio che potrà manifestarsi in modo preoccupante, spesso nel periodo dell’adolescenza, con deficit nutrizionali e/o con severa perdita di peso.

In pre-adolescenza si possono presentare anche sintomi di bulimia e sovrappeso che possono essere poi seguiti da un eccessivo dimagrimento che costituisce un serio pericolo per la salute dell’adolescente.

Come per le altre problematiche infantili, la prevenzione deve avere un ruolo determinante per impedire le gravi conseguenze che la possibile futura anoressia  potrebbe avere.

Perdita di peso e/o deficit nutrizionali si evidenziano più comunemente nel periodo dell’adolescenza e spesso solo a questo punto la famiglia si rende conto del problema . Si rivolge quindi a vari specialisti ma l’insuccesso dei diversi interventi terapeutici è molto alta, spesso i ricoveri non modificano sostanzialmente il decorso della malattia e la mortalità è purtroppo elevata.

Intervenire a patologia già conclamata diminuisce le possibilità di successo, anche perché in questo periodo dello sviluppo i ragazzi sono meno controllabili e poco disponibili a collaborare con chiunque.

E’ difficile ricostruire dall’anamnesi le problematiche già presenti nei bambini che poi svilupperanno l’anoressia, perché i genitori quasi sempre non sono stati in grado di cogliere e riferire al medico quei segnali minimi che già avrebbero potuto indicare l’esistenza di un rapporto non sano con il cibo.

Non è facile individuare con certezza l’esordio di un disturbo alimentare solo osservando le scelte alimentari di un bambino rispetto alla varietà e quantità,  perché queste scelte possono essere molto variabili senza comportare alcun rischio di patologia futura.

Nella nostra esperienza clinica invece, nel corso di una psicoterapia per altri problemi,  una madre può riferire alcuni comportamenti alimentari del figlio/a che devono richiedere una particolare attenzione, per cogliere la possibilità che sia in atto una dinamica relazionale che potremmo definire ‘anoressizzante’.

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Spesso la famiglia sottovaluta certe abitudini alimentari del bambino, considerandole dei capricci, o la normale preferenza per un cibo piuttosto che per un altro.  Per esempio il comune rifiuto della verdura o la preferenza per il cibo chiamato ‘spazzatura’.

Tuttavia anche il DSM-5 scrive che:

Nel Disturbo evitante/restrittivo il comportamento alimentare del bambino è caratterizzato da una selezione del cibo in base alle caratteristiche sensoriali della qualità del cibo, come un’estrema sensibilità ad aspetto, colore, odore, consistenza, temperatura, oppure al gusto.

Il disturbo evitante restrittivo dell’assunzione di cibo si manifesta più comunemente nei bambini che negli adulti e può esservi un lungo ritardo tra l’insorgenza e la manifestazione clinica. Inoltre il passaggio dal Disturbo evitante/restrittivo all’Anoressia pur frequente non è dato per certo.

Questi comportamenti invece potrebbero in realtà rilevare un serio problema di rapporto non tanto con il cibo, ma con chi dispensa il cibo dai primi giorni di vita del bambino e per tutta l’infanzia e cioè con la madre stessa. Spesso la madre che viene in psicoterapia per problemi personali o per altri disturbi del figlio, non riporta spontaneamente questi particolari problemi del bambino con il cibo. Li considera infatti delle normali scelte del figlio verso alcuni cibi preferiti. Invece spesso questa estrema sensibilità e quindi questo comportamento alimentare evitante/restrittivo deve essere indagato.

Certamente nella psicoterapia della madre si possono evidenziare annullamenti e negazioni che la paziente rappresenta nei sogni ed agisce nella relazione, ma quando queste dimensioni arrivano ad alterare il normale sviluppo di un figlio, lo psicoterapeuta deve avvertire una particolare urgenza perché il fattore tempo diventa molto più importante. Nel rapporto con un bambino che cresce così rapidamente, i tempi del cambiamento in una normale, valida psicoterapia, possono essere troppo lunghi per poter scongiurare l’insorgenza di una seria patologia.

Esiste inoltre una ragione altrettanto valida per focalizzare la psicoterapia sui sintomi del bambino e consiste nella maggiore spinta al cambiamento che la madre stessa può sentire qualora si renda conto del danno che sta causando nel figlio.

La psicoterapia di una madre presenta una caratteristica di urgenza anche per tutti gli altri disturbi trattati in questo sito.

Caratteristiche della madre che inducono nel figlio un rapporto problematico con il cibo

Pur non disponendo del numero di dati sufficienti per una ricerca epidemiologica, vogliamo cercare di delineare i tratti di personalità che negli anni di prassi clinica abbiamo avuto modo di rilevare e affrontare nella madre, tali da indurre nel figlio/a una seria problematica nel rapporto con il cibo.

Questo tipo di madre controlla e gestisce pesantemente l’autonomia del bambino/a in modo che si potrebbe definire ‘simbiotico’ o ‘reinfetante’ e tale per cui il vissuto della figlia/o è di essere ancora nella pancia della madre.

In che modo la madre può esercitare questo controllo?[1]

–  spesso con un allattamento prolungato anche fino ai tre anni

–  con un ossessivo ordine e pulizia della casa in cui riesce a coinvolgere tutta la famiglia come ad esempio con l’obbligo anche per gli ospiti, di camminare senza scarpe o di usare i  servizi igienici con ossessiva attenzione alla pulizia.

–  con il suo dialogo continuo, spesso ricco di informazioni stimolanti per il bambino, ma che  la madre ‘mette dentro’ al figlio, lo ingozza e lo obbliga a vedere il mondo attraverso i suoi (della madre) occhi. E’ dotata spesso di un pensiero ‘forte’, di un sistema di valori non criticabili riversati sul figlio o meglio ‘nel’ figlio/a, provocando una sorta di ‘indigestione’. I concetti, le riflessioni come le rappresentazioni artistiche proposti attraverso libri, film, mostre, sono tali da affascinare un essere umano in formazione. Questo tipo di madre fornisce al figlio molto ‘latte’ buono da ‘ciucciare’, ma lo fa in modo che il bambino non possa mai staccarsi da lei, mangia ma non riesce a nutrirsi per diventare forte e autonomo. Tutto il rapporto crea una dipendenza patologica.

Certamente l‘intrusività della madre può essere anche di altro tipo, per esempio mostrando e verbalizzando il suo sacrificio continuo per il benessere della famiglia, nonostante gli eventi avversi reali o esagerati della sua vita di donna. Ogni cosa viene usata per ‘riempire’ il figlio/a che non ha più spazio sufficiente per sviluppare in autonomia le sue immagini e i suoi pensieri.

L’intelligenza cosciente del figlio/a generalmente non viene attaccata affatto, anzi si sviluppa in maniera lucida e razionale, mentre è l’intelligenza che possiamo chiamare emotiva che viene bloccata e come ‘ingorgata’.

Purtroppo se la presa in carico del paziente avviene nell’adolescenza e quando già la perdita di peso è preoccupante, difficilmente la psicoterapia riuscirà a modificare la madre in tempo utile per salvare il figlio/a . Da qui la necessità di individuare precocemente già nel bambino un comportamento alimentare di tipo evitante/restrittivo.

Purtroppo questa personalità di madre è molto resistente al cambiamento perché vuole considerare il suo comportamento come normale.

In questi casi si è rivelato molto utile riuscire a inserire in questo rapporto a due, simbiotico, un terzo personaggio: il padre o il nuovo compagno della madre. Spesso per anni la figura paterna  può avere tenuto un ruolo defilato nella crescita del bambino tuttavia, qualora venga debitamente coinvolto e sostenuto, si è dimostrato in più casi capace di allentare la morsa materna e permettere alla ragazza/o di sfilarsi da questa prigione mortale.

Tuttavia forse è meglio chiarire subito che la psicoterapia della figura maschile di cui parliamo, si svolge autonomamente rispetto a quella della madre, con un altro psicoterapeuta dell’équipe,  diverso da chi segue la madre e il bambino. L’impostazione teorica e la prassi clinica è profondamente diversa da quella ‘sistemica relazionale’!

La madre stessa, una volta resasi conto della gravità della situazione, talvolta cerca di collaborare, nei limiti delle sue possibilità .

 

 

 

[1] Mara Selvini Palazzoli “L’anoressia mentale. Dalla direttiva individuale alla terapia familiare”. Edizione del 1991 Feltrinelli

(…)Come ricerca di libertà il rifiuto del cibo, e quindi la emaciazione, rappresenta per questi pazienti la dimostrazione dell’unica autonomia a loro possibile. “Possono obbligarmi a fare tutto quello che vogliono” , diceva Azzurra alludendo ai genitori, “ma non potranno farmi ingoiare neppure un boccone in più!”. In realtà questi genitori, che non hanno ritratto alcuna gioia  dall’alimentazione e che impongono poi il cibo minacciando o supplicando, sono spesso concepiti da questi pazienti come degli ipocriti, volti solo a dominare ed usare violenza. Una mia paziente, commentando le lacrime della madre ad ogni suo pasto, esclamava amaramente: “non piange mica per il dispiacere… Piange solo perché non può averla vinta!” p.96

 

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