L’allattamento al seno

Ci risiamo! Ancora una volta la validità e l’identità della donna viene definita per le sue qualità fisiche e non per la sua identità umana. Proprio in questi ultimi anni si va diffondendo l’idea che l’allattamento al seno abbia un valore insostituibile per il benessere psicofisico del bambino e sembra proprio che la quantità di latte che i seni della puerpera producono misurino e quantifichino, con un giudizio che potremmo definire etico, il valore di una madre e il suo amore per il neonato.

I soliti, non meglio precisati, dati scientifici affermano che il latte materno contiene gli insostituibili anticorpi materni che difendono il neonato dalle malattie.

E’ una storia che si ripete: la scienza medica e la ricerca scientifica tendono ad eliminare le disuguaglianze della natura che permettevano la sopravvivenza solo ai bambini più robusti. Infatti il latte artificiale, le vaccinazione di massa, gli antibiotici e le conoscenze igienico-sanitarie, nei Paesi industrializzati, hanno permesso alla maggior parte dei bambini di superare i primi due anni di vita anche quando la natura non li aveva dotati di un sistema immunitario sufficientemente agguerrito.

Invece di liberare la donna dai sensi di colpa per non avere avuto in dotazione da una natura matrigna dei seni super efficienti, i progressi scientifici in puericultura sembrano essere annullati.

L’allattamento al seno attualmente sembra venire idealizzato al punto di sacrificare, in suo nome, la serenità e il benessere della madre e del bambino. Questa serenità e benessere sono infatti possibili solo se il latte materno è sufficiente a sfamare il bambino e l’allattamento non provoca dolore alla madre.

Dobbiamo premettere che è sorprendente notare gli eccezionali progressi raggiunti dalla neonatologia in questi ultimi anni, che permettono alla maggior parte dei prematuri, nati dopo solo 6 mesi di gestazione (appena superate le 24 settimane, cioè dopo la formazione della retina), di sopravvivere e svilupparsi senza alcun danno, diventando sani e forti come i nati a termine.

Anche i pediatri possiedono competenze, capacità diagnostiche e terapeutiche di ottimo livello e costituiscono ausilio valido e sicuro nell’ individuare o escludere patologie o anomalie organiche nella prima e seconda infanzia.

Ma ci permettiamo altresì di criticare quei pediatri in cui pseudo scienza e ideologia dominante, formano un groviglio inestricabile, groviglio nel quale la già insicura puerpera rischia di rimanere imprigionata.

Cercherò di spiegare le ragioni di questa mia affermazione, decisamente un po’ forte riguardo colleghi, peraltro validissimi come abbiamo già detto, con un esempio concreto e cioè ricordando le linee guida che riguardano la posizione del neonato nella culla.

Quaranta anni fa anni fa venivi accusata dal tuo pediatra di essere una madre sciagurata se non mettevi il tuo neonato a pancia sotto. La prescrizione era tassativa per non rischiare la cosiddetta morte bianca o morte in culla (SIDS ovvero ‘Sudden Infant Death Syndrome’). La posizione prona, dicevano, evitava che il temibile rigurgito soffocasse il neonato.

Vent’anni fa, invece, la posizione prescritta dai pediatri era di fianco, mentre attualmente i neonati devono stare assolutamente sul dorso e la posizione prona o di fianco viene indicata come più probabile causa di SIDS. Per questo in America l’Associazione dei pediatri ha fatto stampare sui pannolini la scritta ‘Sempre sulla schiena’ per madri proprio distratte.

Latte materno a tutti i costi?

Forse ci sembra lecito affermare a riguardo che non bisogna scambiare per protocolli messi a punto sulla base di dati scientifici, ciò che definirei invece delle ‘mode’ da affrontare con occhio critico.

Quindi l’attuale ordine ‘Latte materno a tutti i costi‘ non ha valore scientifico e può creare più problemi che eventuali vantaggi in uno dei momenti più delicati della vita di un bambino.

Per una donna, ovviamente inesperta, è difficile capire se il suo latte è sufficiente, non ha infatti termini di paragone ed è difficile che altri le diano una visione chiara. Potrei azzardare una descrizione di una montata lattea adeguata: quando il latte inzuppa i dischetti paralatte e spesso arriva a bagnare anche il vestito non c’è rischio di affamare il neonato.

Altro criterio di certezza si ha quando, mentre il piccolo ciuccia, si vede colare di tanto in tanto il latte sul mento. Se questi due eventi non si verificano quasi mai, bisogna pensare che per soddisfare la fame del piccolo ci sia bisogno di una ‘giunta’ di ottimo latte artificiale.

Non è superfluo sottolineare che la sensazione di fame in un neonato sia un’esperienza molto spiacevole perché è molto probabile che, una volta finita la poppata ancora affamato, possa essere molto arrabbiato e deluso. L’intuizione speranza di non morire di fame e di freddo con cui l’uomo nasce, va tuttavia certamente confermata. Detto così sembra tutto facile e ovvio, ma le cose spesso vanno diversamente. Ecco due piccole storie vere.

Giulia ha i capezzoli in fiamme perché Guido succhia con forza molto a lungo prima di addormentarsi sfinito. Non passa mezz’ora che si sveglia urlante e non c’è modo di consolarlo. ‘E’ normale’ – la rassicura la  pediatra – ‘i neonati piangono senza ragione!’. Ma Giulia vuole capire la ragione di quel pianto continuo e dopo una settimana di dubbi, lo pesa dopo la poppata con molta attenzione. La bilancia le conferma il suo sospetto, il piccolo prende solo la metà del latte di cui ha bisogno!

Un seno grosso come il suo non ha in realtà latte a sufficienza, ma quando propone al suo pediatra di dare una ‘giunta’ con il latte artificiale nel biberon, trova una ferma opposizione. Il pediatra afferma che se Guido si abitua a prendere il latte con facilità poi non vorrà più faticare a ciucciare dal capezzolo.

Giulia obbedisce e per settimane lo allatta in continuazione con i capezzoli che le fanno sempre più male mentre Guido non dorme mai a lungo rilassato e sembra sempre piuttosto arrabbiato.

Nella seconda storia, la puericultrice a domicilio fornisce a Lara e alla sua piccola Lia uno strano arnese che sembra un contenitore per flebo.

Il tubicino di plastica trasparente deve portare il latte nella bocca di Lia mentre ciuccia. Questa prassi complicata e innaturale è finalizzata a strong>stimolare il capezzolo per cercare di dare al neonato qualche goccia di quel latte ritenuto così prezioso da sacrificare ogni naturalezza del rapporto.

Pensiamo di poter affermare che questi esperti non hanno certo una buona opinione delle capacità del neonato di accettare il latte, materno o artificiale, sia dal seno che dal biberon, a condizione che gli venga dato in quantità adeguata alla sua fame e all’interno di un rapporto di attenzione, sensibilità e amore. Come per l’argomento ‘Ritmo, sonno,veglia’ ci è sembrato importante riportare l’esperienza in prima persona di una neomamma che ha seguito la nostra formazione che diventa di fatto prevenzione per i fattori di rischio.

“Amelia è la mia prima figlia, ha sei settimane, posso quindi definirmi una neomamma. Pur non essendomi mai occupata direttamente di neonati avevo, ancora prima della sua nascita, alcune idee precise sulle scelte e il comportamento che avrei voluto avere una volta che la bambina fosse nata. Ho scelto di partorire nella clinica convenzionata Città di Roma. Si tratta di una struttura storica, di cui tutti parlano molto bene. Volevo essenzialmente che fossero presenti due elementi: un dipartimento di anestesia che permettesse di avere a disposizione l’epidurale senza che il personale facesse nessun tipo di problema (dai racconti di molte conoscenti sono ancora troppi gli ospedali che, pur non essendo dichiaratamente cattolici, cercano di limitarne l’uso lasciando che le donne durante il travaglio soffrano più del dovuto) e la possibilità di lasciare, una volta nato, il bambino presso il nido e di non tenerlo quindi in camera con me 24 ore su 24, cosa che invece prevede il cosiddetto ‘rooming in’.

Ho subito intuito che ad attendermi ci sarebbe stata una strada lastricata da giudizi e sensi di colpa. Dal punto di vista dell’anestesia tutto è andato effettivamente benissimo.

La scelta di non tenere Amelia ogni secondo con me a partire dalla sua nascita è stata invece più complicata da portare avanti.

Non c’è bisogno che dica quanto sia indescrivibilmente bella e forte l’emozione che si prova quando vedi e abbracci per la prima volta tua figlia. Credo allo stesso tempo che il bambino appena nato possa per le prime ore, dopo aver ricevuto le cure necessarie, stare in un luogo che non sia per forza accanto alla mamma. La pratica che viene fortemente suggerita in moltissime strutture oramai è quella di mettere il neonato sul petto della madre e farlo attaccare al seno il prima possibile, meglio se entro le due ore dalla nascita. Con Amelia è andata esattamente così e mi sono ritrovata a riflettere su alcuni elementi.

Questa pratica viene suggerita perché rafforzerebbe il rapporto del neonato con la mamma. Non importa quindi la condizione fisica e mentale della mamma, l’importante è che il bambino si attacchi e venga allattato subito, in questo modo si eviterebbero problematiche future di relazione e si assicurerebbe la continuità del rapporto simbiotico: dentro la pancia della mamma, fuori dalla pancia ma immediatamente attaccati al suo seno. Come se non fosse contemplabile la nascita e sopravvivenza psichica del bambino a prescindere da lei.

I dubbi successivi sono come anticipavo legati relativamente al rooming in. La possibilità di avere il proprio bambino accanto è bella se appunto resta una possibilità, una scelta. Ancora: davvero non è contemplabile l’idea che il neonato trascorra alcune ore lontano dalla mamma? Non ho mai pensato che fosse assolutamente necessario eppure quando ho chiesto di tenere Amelia qualche ora al nido per dormire e riprendermi dalle fatiche del travaglio, mi è stato risposto che era necessario avere sempre il bambino vicino, che non importava quindi il mio stato fisico e di conseguenza mentale, non importava ciò che avrei trasmesso a mia figlia qualora fossi stata nervosa a causa della stanchezza, no. L’importante era che stesse attaccata a me tutto il tempo. La delusione nell’essere trattati come un genitore che negava l’affetto al proprio figlio è stato un brutto colpo. Nel giro di poche ore, parlando con altri neo genitori ho capito quanto questo sentimento frustrante fosse comune ed ho pensato che ci fosse qualcosa di sbagliato, sia nell’idea che si ha del neonato, sia del rispetto che si riservava alla donna.

Pensiero che è stato definitivamente confermato quando si è trattato di affrontare l’allattamento. Mentre ero in attesa di Amelia ho avuto modo di parlare con molte amiche, conoscenti, leggere articoli ed informazioni generali sull’allattamento e ciò che ne è emerso mi ha lasciato sbigottita non poche volte.

Volevo allattare? Sicuramente. E’ un atto naturale e, quando fisicamente e psichicamente possibile, di una bellezza ed intimità speciali. Penso che l’allattamento sia l’unico modo di trasmettere affettività al proprio figlio? Assolutamente no! Eppure è il messaggio che ormai in troppi cercano di veicolare.

Negli anni Novanta l’OMS ha elencato alcune linee guida che gli ospedali e gli operatori sanitari avrebbero dovuto seguire per favorire l’allattamento al seno. E’ stata addirittura creata una rete chiamata ‘Ospedali amici dei bambini e delle bambine’ che indicano le strutture dove queste linee guida verrebbero diligentemente messe in pratica. Sull’importanza del latte materno se ne è detto e scritto di ogni e lungi da me sconsigliare l’allattamento al seno laddove (questo è fondamentale!) ce ne fosse la possibilità.

Quello che è emerso dalla mia personale esperienza e da quella di tantissime altre donne è un’idea di fondo che va oltre il cercare di informare e consigliare le donne sull’allattamento al seno. Ciò che è emerso è un giudizio feroce: se non riesci ad allattare tuo figlio al seno lo privi di affetto e rapporto fondamentali per lui, allattarlo attraverso il biberon con il latte quindi artificiale non sarà mai equivalente ai benefici che avrebbe avuto se allattato al seno. Non si tratta solo di affrontare la questione da un punto di vista di benefici fisici ma, soprattutto, dal punto di vista psichico. In questo modo si veicola il messaggio che tu neomamma che non hai abbastanza latte hai un minus, che non si tratta semplicemente di produzione di latte, qualcuna ne ha di più qualcuna di meno, che male c’è? No, si tratta di volontà. Ogni donna ha latte ha sufficienza ed ogni donna se vuole può allattare. Quindi? Tu donna che non puoi (‘vuoi’ secondo questi ragionamenti!) allattare vuol dire che non lo desideri abbastanza e se vuoi che a tuo figlio non manchi nulla devi fare di tutto per riuscire a produrre latte a sufficienza. Potrete immaginare lo stato di una neomamma che si ritrova con pensieri del genere e, come nel mio caso, con una splendida neonata che piange dalla fame perché il latte non è abbastanza.

Le prime due notti trascorse da sola in clinica con Amelia pensavo, riflettevo, mi chiedevo: non è forse l’unica cosa importante nutrire e far sentire al sicuro il proprio bambino?

E’ davvero possibile che allattare dipenda solo dalla propria forza di volontà? Mi batto per far avere ad Amelia del latte artificiale in attesa che il mio arrivi, ma mi viene risposto di no, non ce n’è bisogno, i bambini piangono, non è fame, il latte arriverà. E nel frattempo?

E se, come poi è stato, ne arrivasse ma non abbastanza rispetto ai suoi bisogni? Io, e le decine di mamme con cui ho avuto modo di confrontarmi, dobbiamo veramente sentirci cucito addosso questo minus insormontabile? Ed il bambino non avrebbe solo bisogno di essere sfamato quanto e quando desidera perché gli venga trasmesso ciò di cui fisicamente e psichicamente ha bisogno? Seno, biberon, latte materno o artificiale: l’importante credo sia che il bambino non senta mai l’angoscia della fame e non percepisca il dolore e la frustrazione della madre che non può dargliene naturalmente. Questo si, riflettevo quelle prime notti, fa male al bambino. Non di certo un biberon. Un grande paradosso: allattate al seno perché trasmettete il meglio al vostro bambino, ma se questo atto diventa sofferenza per lui e per voi non fa niente, resistete e soffrite in silenzio!

Ho parlato con mamme che angosciate da questi giudizi hanno continuato ad allattare nonostante avessero per esempio tagli profondi e dolorose ragadi. Una mamma che allatta provando un dolore fisico così forte è veramente un atto più sano rispetto a quello di allattarlo con il biberon? Sono perplessa e resto confusa per giorni interi, combattuta su come devo comportarmi nei confronti di me stessa e di mia figlia.

Passate le settimane la mia Amelia cresce serenamente prendendo dal mio seno quello che c’è e ciò che manca dal biberon di latte artificiale. Mi hanno ‘spaventata’ con discorsi che suonavano quasi minacciosi del tipo: ‘ti sparirà il latte!’, ‘I bambini sono furbi’, ‘Rifiuterà il tuo seno per il biberon!’.

Al momento nulla di tutto ciò si è verificato e la mia bambina sembra essere il ritratto della serenità.

E’ un’ esperienza  tra le  tante che sto vivendo in questo periodo che ci tenevo a condividere per cominciare ad avere un’idea diversa dei bambini e del rapporto che si ritrovano a vivere appena nati. Vado avanti, fino al prossimo paradosso da affrontare, con l’idea che il nutrimento da parte di una persona che stia psichicamente bene sia l’unica cosa importante per loro.

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